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Il Pussy Rock chiude

Ancora una volta l'ipocrisia della gente di Cuneo uccide
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NOV 13 2007

Che sia una maledizione? Che sia veramente così REALMENTE possibile che niente dura in provincia di Cuneo quando ad esserne protagonista è la musica? Un Grande locale, in tutti i sensi, non ha chiuso, ma è stato costretto alla chiusura: il Pussy Rock di Asti.
Leggiamo la triste notizia su MySpace e qui ricopiamo le parole amare in chiusura del post con cui le tre intraprendenti ragazze, autori della creazione di un nome che sempre più stava prendendo piede, concludono:

"La nostra presunzione iniziale era quella di far diventare il Pussy Rock il CBGB italiano dei tempi moderni e siamo riuscite ad ospitare un gruppo che al CBGB ci ha suonato davvero. I Raw Power, eccezionale gruppo hardcore di fama mondiale negli anni ottanta, ci hanno spiegato che lo spirito del CBGB è lo stesso di quello del Pussy, ed è stato in quel momento che abbiamo realizzato che il nostro era stato un lavoro ben fatto, fatto nascere però nella location sbagliata. Perché, benché gli affezionati siano molti e benché siano moltissimi i gruppi che ci chiamano da tutta Italia per poter suonare da noi, l'interesse da parte dei giovani sta calando giorno dopo giorno, come una moda che svanisce la stagione successiva la sua entrata in voga. Probabilmente se avessimo creato il Pussy Rock in una città più grossa avremmo avuto molta più affluenza e l'intento del locale, cioè quello di dare spazio ai gruppi minori che fanno musica propria, sarebbe stato ampiamente capito. Qui ad Asti invece sembra che i giovani lo ritengano un posto in più in cui andare al sabato sera, semplicemente un punto di incontro. Certo non è poco, ma non è nemmeno quello a cui avremmo voluto dare vita.
Senza contare poi le problematiche sorte coi vicini che si lamentano del "rumore" (e non solo) e che ci mettono i bastoni tra le ruote in continuazione, cercando di farci chiudere per riottenere la pace notturna che avevano prima del nostro arrivo. Ancora non hanno capito che questo è il nostro lavoro, non uno sfizio o un divertimento, e probabilmente, se abbiamo deciso di vendere concludendo il nostro sogno, è anche un po' colpa della mancanza di comprensione di chi si è dimenticato di cosa voglia dire essere giovani.
"

Lascia solo una grande amarezza. Fino ai confini la distruzione di una realtà giovanile, volta alla musica, all'incontro, allo scambio di opinioni, giunge. Non sembra possibile. Eppure abbiamo di nuovo davanti a noi un esempio di una chiusura forzata.
Di un sogno infranto.

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